È uscito il mio contributo per D – Women Up di Repubblica (qui tutti miei articoli) “Incapace di scendere a compromessi, mia figlia è penalizzata sul lavoro” sul tema di rinunciare alla propria autenticità sul luogo di lavoro e lo sviluppo di competenze trasversali e di mediazione con l’ambiente lavorativo e le relazioni.

Qui l’articolo completo, scritto da Sarah Barberis.

Riconoscimento sul lavoro e rinuncia alla propria autenticità -2

Autenticità, mediazione e le competenze trasversali

Nel mercato del lavoro attuale le competenze professionali (tecniche) e quelle emotivo-relazionali (trasversali) hanno un peso sempre più equivalente. La capacità di comunicare in modo efficace, leggere i contesti, gestire i conflitti, negoziare e modulare il proprio stile relazionale in base all’interlocutore e alla situazione è ormai parte integrante del saper svolgere bene il proprio lavoro ed è diventata cruciale per il funzionamento efficace di team e organizzazioni.

Secondo il Future of Jobs Report l’intelligenza emotiva e l’orientamento al servizio sono tra le prime dieci competenze richieste entro il 2030. Non sono più “opzionali”, sono fondamentali per stare sui luoghi di lavoro.

Trasparenza, autenticità e mediazione sui luoghi di lavoro

Questa evoluzione può essere percepita come ingiusta da chi ha costruito la propria identità su valori come correttezza e trasparenza. Qualità che restano preziose, ma che rischiano di non essere riconosciute se non accompagnate da abilità di mediazione e consapevolezza relazionale.

Riconoscere che il lavoro è uno spazio relazionale complesso significa capire che conta non solo cosa si sa fare, ma anche come lo si comunica.

Accettare che le competenze comunicative contino quanto quelle tecniche non significa giustificare ambienti opachi, favoritismi o pratiche scorrette. Significa riconoscere che il lavoro è sempre più uno spazio relazionale complesso, in cui conta non solo cosa si sa fare, ma anche come lo si comunica e lo si agisce.

Sensazione di rinuncia alla propria autenticità

Parlare di competenze emotivo-relazionali genera resistenza perché viene spesso confuso con l’idea di doversi adattare a tutto o rinunciare alla propria autenticità.

Il punto non è cambiare chi si è, ma sviluppare una maggiore consapevolezza dell’impatto che il proprio stile comunicativo e comportamentale ha sugli altri e sul sistema organizzativo. Sviluppare le competenze trasversali significa aumentare il proprio margine di scelta nei sistemi complessi.

Il paradosso dell’autenticità: l’importanza del self monitoring

Essere autentici non significa essere immutabili. In psicologia del lavoro l’adattamento non è ipocrisia, ma ‘intelligenza contestuale’. Chi non media mai rischia il burnout da isolamento; chi media troppo rischia il burnout da alienazione.

L’equilibrio sta nel preservare i propri valori fondamentali, variando la modalità espressiva.

Strumenti pratici per accettare la mediazione

Separare chi si è da come ci si esprime 

Essere onesti e diretti non implica dire tutto nello stesso modo, sempre e comunque, in ogni contesto. La forma della comunicazione può essere modulata senza tradire il contenuto.

Soprattutto prima di un colloquio con un responsabile o di una riunione, può essere utile preparare “il discorso” in forma scritta. Rileggere poi il testo con calma e riformulare i concetti in modi diversi aiuta a chiarire i messaggi, modulare la comunicazione e valutarne l’impatto sugli interlocutori. 

Leggere il contesto prima di esporsi 

Non tutti gli ambienti sono pronti ad accogliere il confronto aperto. È importante osservare chi decide davvero, quali comportamenti vengono premiati e quali sanzionati. Questa lettura non serve a conformarsi, ma a scegliere consapevolmente quando, come e se esporsi. 

Allenare l’assertività 

Molte persone vengono etichettate come “poco diplomatiche” quando in realtà mancano strumenti di assertività. Essere assertivi significa saper esprimere dissenso, porre un limite o difendere la propria posizione senza attaccare e senza sottomettersi. È una competenza che si può apprendere con esperienza e formazione mirata.

Evitare la personalizzazione dei conflitti 

Le competenze emotive aiutano a spostare il focus dai giudizi sulle persone (“questa persona è incompetente”) ai processi (“questa modalità crea inefficienze”).

Questo riduce l’escalation e aumenta la possibilità di essere ascoltati, soprattutto nei contesti gerarchici. 

Riconoscere quando il problema non è individuale 

Crescere sul piano relazionale non significa assumersi responsabilità che non sono proprie. Se un ambiente penalizza sistematicamente competenza, trasparenza e rispetto, il lavoro emotivo sano non è adattarsi meglio, ma interrogarsi sulla sostenibilità di quel contesto per sé stessi, indipendentemente dal contratto lavorativo stipulato.

Lo sviluppo delle competenze emotivo-relazionali non è un percorso solitario. Un confronto con uno psicologo del lavoro o con una figura HR competente aiuta a distinguere ciò che è migliorabile nel proprio stile da ciò che appartiene a dinamiche organizzative disfunzionali.

Essere sé stessi sul lavoro e identità professionale

Le competenze comunicative non servono a diventare qualcun altro, ma a restare sé stessi con maggiore lucidità e protezione. Sono uno strumento per abitare il mondo del lavoro in modo più consapevole e sostenibile.

Ti senti in stallo perché la tua schiettezza viene scambiata per mancanza di diplomazia? Spesso basta un occhio esterno per calibrare il proprio stile senza rinunciare ai propri valori.

Se vuoi approfondire come navigare le dinamiche della tua azienda, contattami per una consulenza di psicologia del lavoro o scopri gli altri miei articoli su Repubblica.