La lettera di Lucrezia pubblicata su D – Women Up di Repubblica (qui tutti i miei articoli), solleva una questione delicata che tocca molti professionisti: la firma di accordi che pongono fine a un rapporto di lavoro imponendo il silenzio. Si tratta di situazioni che lasciano spesso un senso di ingiustizia profonda, dove la risoluzione formale non coincide affatto con una risoluzione emotiva.
Come psicologa del lavoro analizzo cosa accade alla persona nel momento in cui decide di mettere quella pietra sopra il proprio vissuto professionale.
Qui l’articolo completo scritto da Sarah Barberis.

Cosa sono gli accordi tombali aziendali e perché si firmano
Sono accordi di conciliazione tra datore di lavoro e lavoratore (o gruppi di lavoratori) non impugnabili, che dovrebbero essere sottoscritti in una “sede protetta”, quindi idonea a garantire la genuinità e spontaneità del consenso del lavoratore. Questi strumenti legali vengono definiti “tombali” perché hanno l’obiettivo di chiudere definitivamente ogni contenzioso.
Prevedono solitamente un incentivo economico a fronte della rinuncia ad avviare azioni legali o a divulgare i fatti accaduti in azienda.
Perché le tombali vengono proposte dalle aziende
Per le organizzazioni questi accordi conciliativi rappresentano un modo per gestire le uscite del personale dall’azienda in modo controllato. La conciliazione è uno strumento più rapido e più economico di una causa giuridica, per risolvere una controversia di lavoro senza passare attraverso un processo in tribunale.
In sintesi è un modo per l’azienda per governare situazioni gestiste non in modo ottimale (spesso dal punto di vista delle relazioni o della gestione del personale), fornendo un corrispettivo economico “compensativo” al lavoratore.
Come spiega anche Sarah Barberis nell’articolo “questi accordi pur avendo valore legale come strumenti di riservatezza nei rapporti commerciali e professionali, vengono in alcune situazioni utilizzati per impedire alle vittime di molestie, discriminazioni o violazioni di raccontare la propria esperienza, comprimendo così il diritto alla verità, alla tutela e a riprendere in mano la propria integrità e la propria vita”.
Perché le tombali vengono firmate dai lavoratori
Dal lato del lavoratore la scelta di firmare questi accordi è raramente vissuta con serenità. Spesso si accetta per stanchezza, per il timore di affrontare un percorso legale lungo e incerto, o semplicemente per il bisogno di fuggire da un contesto percepito ormai come insostenibile. In questo senso, l’accordo viene percepito come una scelta obbligata, un prezzo da pagare per riacquistare la libertà.
Il lavoratore quindi solitamente firma per mettere fine a una situazione spiacevole in azienda, per la quale non vede una via d’uscita. Il professionista vuole lasciarsi alle spalle il vissuto e accetta di non parlarne più.
L’impatto sulla salute mentale del lavoratore
Quando una persona firma un patto che la vincola al silenzio rinuncia simbolicamente alla possibilità di raccontare la propria storia. Questo ha un impatto diretto sul benessere lavorativo e sulla capacità di elaborare l’accaduto.
La firma non cancella le emozioni: la rabbia, la delusione e la sensazione di aver subito un torto rimangono presenti anche dopo che il bonifico è stato ricevuto. Anzi, spesso a distanza di tempo riemergono turbamenti non gestiti, che vengono alimentati da rimuginio mentale e overthinking, ansia e preoccupazione di aver sbagliato o essere stati “fregati”. Il rischio psicologico è che il professionista resti bloccato nella sensazione di essere stato messo a tacere, perdendo fiducia nelle proprie competenze e nel mercato del lavoro.
La percezione di una cultura aziendale tossica che “compra” il silenzio può generare un senso di impotenza che mina l’intera identità professionale, anche nelle opportunità lavorative successive. Si crea un senso di sfiducia nel sistema lavorativo e la preoccupazione di incontrare situazioni simili in altri posti di lavoro. Spesso quindi il lavoratore rischia di voler cambiare proprio ambito o di necessitare di molto tempo per rimettersi in gioco, con responsabilità e competenze allo stesso livello di quelle acquisite negli anni precedenti di carriera.
Elaborare il cambiamento professionale oltre la firma
Per affrontare un cambiamento professionale sano dopo un accordo di questo tipo, è necessario distinguere con chiarezza due livelli distinti.
Sul piano formale l’accordo chiude un capitolo legale e definisce limiti che vanno rispettati esternamente.
Sul piano personale la firma non deve esaurire la possibilità di elaborazione interna. La persona ha il diritto e il bisogno di dare un senso psicologico ed emotivo a ciò che è successo.
Strumenti per ricostruire l’identità professionale
Anche dopo esperienze così difficili è possibile lavorare per recuperare la propria visione di sé. Alcuni strumenti utili:
- dare una forma scritta privata alla propria esperienza aiuta a scaricare la tensione emotiva senza violare i patti sottoscritti
- confrontarsi con un professionista permette di rileggere le proprie competenze in modo oggettivo, definendo nuovi obiettivi che non siano influenzati dal trauma dell’uscita
Parlarne all’interno di un percorso di supporto specialistico permette di rimettere ordine in un ambiente protetto e coperto dal segreto professionale. Lo psicologo del lavoro aiuta a separare il valore della persona dalle vicende accadute in quel determinato ufficio o azienda.
Non lasciamo che un patto tombale diventi la fine anche della propria carriera. Ricostruire la fiducia è un processo che richiede tempo, ma è l’unico modo per trasformare una fine subìta in un nuovo inizio consapevole.
Riprendere il proprio percorso professionale con una consulenza
Per approfondire come gestire il vissuto dopo un’esperienza lavorativa di questo tipo, contattami per una consulenza individuale di psicologia del lavoro.