La lettera di Benedetta pubblicata su D – Women Up di Repubblica (qui tutti i miei articoli) parla di rimpianto: cosa accade quando guardiamo indietro e ci pentiamo di non aver fatto prima determinate scelte.
Il rimpianto lavorativo è un meccanismo che può bloccare l’evoluzione personale e la capacità di esercitare delle nuove scelte di cambiamento. Per ripartire e mettersi in azione è necessario comprendere la natura di questo stato d’animo e come costruire un piano di azione efficace.
Per approfondire la risposta alla lettrice da cui parte questo approfondimento qui l’articolo completo scritto da Sarah Barberis.

Differenza tra rimpianto e rimorso
Nel linguaggio comune queste due parole vengono spesso usate come sinonimi, ma nella psicologia del lavoro e nell’accezione della crescita professionale esprimono dinamiche emotive diverse.
Comprendere la distinzione tra rimpianto e rimorso è un primo passo utile per fare chiarezza dentro di sé, e capire come procedere con un piano di cambiamento lavorativo.
Rimorso professionale
Il rimorso si attiva quando riconosciamo di aver compiuto un’azione che ha violato il nostro codice etico o i nostri valori. È legato a un comportamento concreto, a qualcosa che abbiamo fatto e di cui ci sentiamo responsabili. Nel percorso di carriera il rimorso può nascere dall’aver preso una decisione che ha danneggiato un collaboratore o dall’aver accettato un compromesso poco trasparente.
Ci rendiamo conto di aver creato fatto un danno a noi stessi o ad altri a seguito di un’azione scorretta che ci pentiamo di aver compiuto.
Rimpianto professionale
Il rimpianto si nutre di scelte non fatte: nasce dall’omissione, dalle occasioni mancate, dalle scelte che abbiamo delegato o che abbiamo subìto per adeguarci alle aspettative altrui.
Quando una professionista avverte il peso di aver sacrificato la sfera personale, spesso non sperimenta il rimorso per aver lavorato, ma il rimpianto per non aver esplorato altre possibilità.
Questo processo è più persistente nel tempo perché si basa su uno scenario ipotetico che non possiamo verificare che si nutre di rimuginìo (qui un video di approfondimento sull’overthinking o rimuginio mentale) e di pensieri che ripercorrono costantemente il passato.
Giudicare il passato con le risorse del presente
Come riportato nella risposta alla lettrice nell’articolo di Repubblica rischiamo di valutarci con i parametri di oggi, con le consapevolezze di come è andata a finire, che sicuramente al tempo non erano sul piatto della bilancia decisionale.
Il punto è riconoscere che ogni fase della vita professionale è affrontata con le risorse disponibili, ogni scelta è dettata da criteri e parametri che abbiamo usato in quel preciso istante.
Suggerisco alcune domande pratiche per analizzare la situazione su cui rimuginiamo:
- Cosa sapevo quando ho preso quella decisione?
- Cosa potevo realisticamente fare?
- Quali responsabilità, preoccupazioni o speranze influenzavano le mie decisioni?
Il rimpianto è utile quando aiuta a comprendere chi siamo diventati e a rielaborare, diventa un peso psicologico quando ci si perde in elucubrazioni di ciò che “sarebbe potuto essere” o “avremmo potuto fare”.
Il rimpianto blocca perché spesso cristallizza nel passato, impedendo l’individuazione di ciò che è nelle nostre possibilità oggi.
Impatto del rimpianto sul lavoro e le relazioni
I pesi emotivi legata al passato influiscono direttamente sul modo in cui guidiamo noi stessi e gli altri. Una figura apicale in azienda o un leader che vive nel rimpianto lavorativo tende a diventare rigido, a replicare modelli organizzativi disfunzionali o a proiettare la propria frustrazione sul team di lavoro.
L’evoluzione e la leadership consapevole richiedono la capacità di essere presenti a sé stessi e di essere la prima guida per gli altri, in un meccanismo di esempio e centratura di sé stessi. Già in altri articoli abbiamo parlato di come sia importante motivare i propri collaboratori dando il buon esempio, e qui si parla proprio di lavorare sul proprio self-empowerment prima di chiederlo a chi ci circonda.
Se il passato è percepito come una serie di rinunce subite, le decisioni presenti saranno dettate dalla paura o dal risentimento, anziché da una reale visione oggettiva e serena.
Superare i rimpianti professionali significa integrare le scelte compiute nella propria storia per trasformarle in una nuova fonte di consapevolezza e insegnamento.
Ostacoli di mindset di cui il rimpianto si nutre
Ci sono molti ostacoli a livello di mentalità e pensieri ricorrenti anche per capire le opzioni che abbiamo davanti, e scegliere la strada da approfondire e su cui costruire il piano d’azione.
Per molti professionisti è già molto complesso anche solo immaginare di poter pensare a un cambiamento, per innumerevoli motivi psicologici:
- fatica ad astrarre rispetto alla situazione attuale
- blocco nell’individare le opzioni o le alternative
- sensazione di essere “vecchi” per affrontare il cambiamento
- preoccupazione del giudizio altrui (ad esempio famiglia, colleghi, partner) rispetto alle scelte da fare
- idea che il cambiamento era a fare “a quei tempi, ora è troppo tardi”
Strumenti per superare i rimpianti professionali
Ci sono strategie che possono aiutarci a lavorare su noi stessi e sulle possibilità che abbiamo ora, partendo dal lavoro:
- in autonomia con domande-guida
- costruendo il piando di sviluppo del cambiamento
- con il supporto dello psicologo del lavoro partendo da una singola consulenza
Domande di self-assessment per lavorare in autonomia
Per uscire dal loop del pensiero retrospettivo e mettersi in azione è importante lavorare su sé stessi. Il rimpianto si genera quasi spesso quando le nostre azioni quotidiane deviano in modo significativo dalle nostre priorità attuali.
Nell’approccio del self-empowerment il punto di partenza del cambiamento è la mobilitazione dei desideri e il recupero dell’energia ad essi correlata. Non serve rimuginare sul passato e giudicarsi, ma chiedersi (meglio anche con una risposta in forma scritta:
- Cosa voglio fare adesso?
- Come mi vedo fra 5-10 anni?
Evitiamo di concentrarci sul giudicare il passato, ma miriamo a pianificare i prossimi passi.
Dalla consapevolezza all’individuazione di una direzione
Il passaggio dalla consapevolezza all’azione richiede approfondimento e strategie concrete e specifiche sul caso che vogliamo affrontare.
Non serve solo analizzare il passato e non servono consigli generici di auto-motivazione o self-help generici.
Meglio concentrarsi sull’investire davvero su di sé e individuare la nuova direzione, al fine di creare un piano di sviluppo individuale che ridefinisca gli obiettivi di carriera.
Rimettersi in azione significa anche stabilire confini chiari nel quotidiano, evitando a opportunità e progetti che allontanano dalla nuova direzione che vogliamo intraprendere e dai valori che abbiamo individuato essere importanti oggi.
Lavorare sul proprio percorso con supporto professionale dello psicologo del lavoro
Pianificare sessioni regolari di coaching e mentoring con lo psicologo del lavoro aiuta a monitorare se la direzione intrapresa è coerente con la propria evoluzione e con i propri obiettivi.
O supporta nel capire quali sono i propri desideri, non sempre chiari quando è difficile individuare vedere nuove possibilità positive per il futuro.
La testimonianza di Benedetta nell’articolo parla di una persona al termine della propria carriera lavorativa, ma il rimpianto può essere paralizzante anche mentre siamo ancora attivamente al lavoro.
Tuttavia il rimpianto professionale può essere rielaborato e utilizzato come un prezioso indicatore di direzione: segnala che qualcosa nel nostro ecosistema di vita e lavoro ha bisogno di essere ridefinito.
Prendere in mano la propria evoluzione significa accettare che ogni scelta comporta una rinuncia, ma che tale rinuncia è sostenibile se risponde a un desiderio autentico e non a un’imposizione esterna o a bisogni generici e poco consapevoli.
Per fare questo può essere utile partire da in una singola consulenza individuale per capire come poter concretizzare uno o più cambiamenti nella propria vita personale e professionale.






