Questa intervista di Storie di empowerment è dedicata a Barbara Reverberi – giornalista, press officer, fondatrice di FreelanceNetwork Italia, che si è fatta intervistare per condividere la sua esperienza come professionista in proprio, sperando di poter essere d’ispirazione e aiuto ad altri.

Come è iniziata la tua esperienza come freelance?

Circa nove anni fa ho buttato all’aria la mia vita, fatti personali e professionali sembravano coincidere.

Mi stavano stretti i problemi familiari e volevo un mio spazio: così mi sono separata, e dolorosamente (non credo sia un fallimento, ma un passaggio di vita faticoso). Mi sono ritrovata con due bambini e a prendere decisioni velocemente, perché avevo bisogno di tranciare rami secchi che mi stavano togliendo linfa vitale.
Allo stesso tempo la mia vita lavorativa aveva bisogno di un cambiamento: in sedici anni di ufficio stampa, ho avuto opportunità e sono decollata con relazioni importanti (grandi direttori, editoriale di Donna Moderna…) ma come dipendente non potevo crescere. Anche se mi formavo e leggevo tanti libri, non potevo espandermi e mi sedevo. Le cose che allora facevo in 8 ore, ora le faccio in 1.

Quindi ho accettato un contratto a progetto (responsabile ufficio stampa della Veneranda Fabbrica dal Duomo di Milano). Mi sono trovata a dover accelerare: dovevo organizzare conferenze stampa nel giro di due giorni (anche tra le guglie del Duomo con caschetto per i giornalisti ed esperienza in montacarichi). E mi sono stancata di questa situazione: dovevo sottostare a norme rigidissime e dopo tre rinnovi del contratto volevo di più.

Così saltai dalle guglie del duomo e mi lanciai nel mondo freelance: senza paracadute ma con grande determinazione e fatica.
A 41 anni ero troppo professionalizzata, così ho cominciato a guardarmi intorno e spargere la voce su quello che potevo e sapevo fare.
Con alcuni colleghi abbiamo dato vita a una associazione di giornalisti enogastronomici (ARGA Lombardia Liguria) e ho accettato una commessa in Franciacorta.

Come hai cominciato?

Ho cominciato con ritenuta d’acconto perché avevo paura ad aprire partita iva. Poi l’ho aperta a Gennaio (mi sono detta anno zero, comincio aprendola) con piccole collaborazioni oltre a questo progetto di un anno tra ufficio stampa e gestione dei social network.
Ho continuato a lavorare faticosamente per due anni (mi sentivo sola, sentivo la fatica e il peso della riuscita dell’evento), partendo da amici e confronti che mi hanno aiutato all’inizio. Poi ho incrociato Moira ed è nata MOBA Comunicazione: ci siamo unite per collaborare, conservando le nostre P.Iva.

A Settembre 2017 viene organizzato un evento e in questa occasione faccio un intervento energico e comincio a ricevere messaggi da persone che non conoscevo. Decido di utilizzare questo patrimonio e creo un primo database di 25 persone: da questo è nato un gruppo chiuso di Facebook, il Freelance Network Italia. Oggi il gruppo conta 220 persone, abbiamo costituito l’associazione e aperto un conto in banca. Obiettivo di questo gruppo è superare i momenti di solitudine del freelance, condividere e creare una sinergia tale da avere continuità di lavoro.
Adesso sta cominciando a funzionare: abbiamo già fatto i primi progetti. L’obiettivo è dare valore al termine freelance: nel resto del mondo è rispettato, qui da noi sembra indicare degli sfigati.
Su Spreaker ho un podcast dedicato al mondo freelance: da qui coltivo la sfida e lancio il testimone a chi se la sente di raccoglierlo.

Nella vita da freelance “ti devi sbattere” perché ti devi differenziare, avere almeno tre clienti (lo dicono le statistiche), cercare opportunità diverse.

Deve accendersi una lampadina nuova e serve pensare sempre piani B che consentano di diversificare e restare costantemente aggiornati: è incredibile come un bambino che inizia la scuola elementare oggi nel 99% dei casi farà un lavoro che oggi ancora non esiste.

Come hai fatto a capire di metterti in proprio?

La prima molla è stata l’insoddisfazione, mi sentivo con le ali tarpate. Dovevo scrivere una mail e mi dicevo “che noia” mentre io sono una persona entusiasta e positiva. Prima ho cominciato a formarmi, facevo collaborazioni, mi guardavo fuori per fare cose che mi stimolassero.
Poi la molla definitiva è stata la voglia di fare altro, mi sono detta: “ok diamoci un tempo e adesso basta”. Mi sono assunta un rischio enorme.

Mi ero data un termine: “se entro 6 mesi non riesco a crearmi il lavoro che desidero, vado a fare la cassiera”. Un vantaggio è che avevo in mente cosa volevo fare. Una persona che inizia e non è convinta, deve capire cosa le piace.

Cosa ti bloccava?

La responsabilità di due bambini, anche se potevo contare sulle mie relazioni (i miei genitori con cui stavo attraversando un momento difficile per la scelta della separazione e amiche che mi facevano sentire accolta).
Fossi stata da sola avrei tentato qualcosa fuori dall’Italia, per cercare la mia strada.

Serviva dare un senso alle cose che facevo.

Una risorsa che fa parte di te, e che hai usato in quei momenti?

Resilienza. Oggi si abusa di questa parola, ma nel mio caso è stato imparare a sopportare il dolore. Quando mi sono trovata veramente da sola, piangevo per una notte intera perché non sapevo dove andare. Poi alla mattina mi guardavo allo specchio e mi chiedevo: “oggi cosa hai e cosa devi avere per uscire da questa situazione?”
Sono una persona di grinta e mi dicevo: “mo’ datti una mossa”.

Uscire da quel dolore nella vita mi ha aiutato tantissimo e se ci penso, e lo sento nella pancia, mi dico che se ho superato quello, posso superare qualsiasi cosa.

Gli altri sono una risorsa fondamentale: ho sempre bisogno di rispecchiarmi negli altri. Le persone più critiche sono state le più importanti e mi hanno aiutato con critiche costruttive.
Ogni relazione, anche negativa (e lo dico consapevolmente: ho avuto a lungo accanto una persona negativa) ti aiuta a trovare un senso.

Cosa è per te l’empowerment?

L’idea di continuare ad andare avanti.

È la possibilità di cogliere le opportunità, di credere in te e studiare, di trovare all’esterno oltre che all’interno forze che ti possono migliorare.
Sarei limitata se bastassi a me stessa rispetto a questo, ho bisogno del confronto, di persone che mi aiutano a far chiarezza (il mio compagno, il network, i miei figli…).
Oggi sono consapevole delle qualità che ho, mi avevano insegnato che devono essere gli altri a scoprire le nostre qualità e non è bene esporsi.

Ora il tempo è cambiato, e ai miei figli direi: “Osa! Fai valere quello che sei”.
È importante cogliere quello che abbiano ricevuto e trasformarlo perché i tempi cambiano.

Cosa ti faceva brillare gli occhi, all’idea di cambiare?

L’orgoglio di farcela da sola.
Venivo da una situazione di sfida con il mio ex e potercela fare era importante.
Faccio un esempio: avevo paura di guidare in autostrada, ma poi dovevo cavarmela e farlo. I miei figli ricordano ancora la prima vacanzina con la mia vecchia Panda noi tre, ma andava bene così. Ho trovato la strada, e l’alberghetto.
Mi motivava vedere la sfida, vedere l’ostacolo e dire “cazzo, (scusate la passione!) ce la posso fare” e quando mi guardo indietro dire “ciao”.

Cosa c’è di speciale nel tuo lavoro, Barbara?

Gli incontri che poi diventano relazioni, grazie anche al web.

Da quando mi sto impegnando così tanto sui social, scopro persone dietro un nome e una foto. Riesco a trasformare quell’incontro sul web in una relazione di amicizia o di lavoro.

Cosa c’è di speciale in te nel tuo modo di lavorare?

Voler arrivare all’obiettivo, questa cosa ce la devi avere. Magari mi accascio sul divano, ma se devo fare una cosa ci metto l’anima e la notte ma la porto a termine.
E poi l’empatia: sento cosa l’altro sta provando. Ho quella luce che mi dice “facciamolo, non da soli ma si fa”. Magari sono persone nuove. Mi capita di andare ad un evento e di essere riconosciuta dalla mia foto profilo. Da un lato significa che non mento, dall’altro provo una grande emozione.

Prossimo traguardo? Un prossimo salto di qualità nel tuo business?

Fare il sito: sto pagando un dominio da due anni e ho deciso di farmi aiutare nel cercare di capire che senso ha per me un sito. È inutile che perda le notti su qualcosa che non so fare.
E mi piacerebbe trasformare FreelanceNetwork da associazione in una start up: qualcosa che non solo abbia una missione ma che valga la pena condividere professionalmente.

Il tuo motto?

Cambiare filtro agli occhiali: a volte abbiamo un filtro negativo e basta cambiarlo (anche solo mettere un filtro trasparente) per vedere le cose in un altro modo.

Qui trovi il profilo LinkedIn di Barbara Reverberi e i suoi contatti.


Che cosa è Storie di empowerment?

È un contenitore di esperienze, storie di vita, storie di successo.

L’idea mi è venuta perché spesso online si parla solo dei grandi “big” che ce l’hanno fatta, e spesso il successo si misura in fatturato, follower, contatti.

Ma ognuno di noi è un piccolo grande eroe nel quotidiano. Sì, perché sicuramente anche tu hai fatto qualcosa nella tua vita, recentemente o no, nel tuo business o in altri ambiti, che merita di essere raccontato perché è stata una piccola-grande storia di coraggio.

Il successo è già nelle nostre vite, così come l’empowerment che ha aiutato a realizzare l’impresa.