Il Festivaletteratura 2019 mi ha regalato interessanti argomenti e spunti di riflessione, che ho cercato di racchiudere in tre domande per condividere ed aprire un confronto su queste tematiche.

Anche per l’evento di questo 2019 (leggi i post sulle edizioni 2018, 2017 e 2016), l’incontro con esperti ed autori mi pone domande di vita e di business.

Gli argomenti del Festivaletteratura 2019 in tre domande

Come funziona la persuasione e come difendersi?

In un intervento su retorica, comunicazione e persuasione, Dino Baldi ha esplicitato alcune interessanti riflessioni, che possono servire da guida nella nostra comunicazione con collaboratori e clienti.

Intanto ha affermato che nella comunicazione online attuale, prendendo per esempio i social e la politica, si privilegia valorizzare la quantità di energia che l’interlocutore, può immettere nel sistema che l’intelligenza.

Della serie “è importante che tu capisca ciò che io dico (quindi lo dirò semplificando molto), così tu godi nel aver capito e mi seguirai con forza e convinzione.

I bravi comunicatori devono stare attenti a:

  • Usare nel discorso tesi estreme serve a consolidare e riconoscere chi la pensa come me.
  • Utilizzare tesi moderate serve invece per traghettare, frase dopo frase, l’interlocutore verso la propria idea.

Egli ha anche indicato alcune strategie per difendersi dalla persuasione:

  • Conoscere e comprendere i meccanismi di persuasione: non abbiamo tante capacità di capire come crediamo
  • Riabituarci alla complessità: le cose non sono così semplici come i media e i politici vogliono farci credere
  • Porre attenzione alle proposizioni avversative – ma tuttavia però (non sono razzista ma…) in quanto sono ponte tra indicibile e dicibile.
  • Attenzione ai casi particolari che vengono utilizzati come esempi per generalizzare (es. furto da parte di uno zingaro, quindi tutti gli zingari sono ladri)

Perché è pericoloso cercare la perfezione?

Noi abbiamo una mente che predilige certi tipi di spiegazioni, fatte di storie e semplificazioni, secondo l’evoluzionista Telmo Pievani. Siamo imperfetti, ma ci piace pensare che ci sia ordine.

Ma cercare la perfezione in sé e negli altri può essere pericoloso per 2 ragioni:

  • 1) se guardiamo il mondo con ricerca della perfezione, confondiamo la complessità con una visione gerarchica di scarto dalla norma: si comincerà a pensare che qualcuno è più vicino alla perfezione e si inizierà a classificare. Mentre la rivoluzione darwiniana ci ha insegnato che non ci sono norme, ma solo individui diversi e ognuno è portatore differenze uniche da valorizzare.
  • 2) siamo pieni di bias (distorsioni) e limiti: ci troviamo obbligati ad adattarci ad un ambiente che cambia velocemente a causa nostra. Quindi siamo sempre in ritardo e ciò è fonte di continue imperfezioni.

Nei video e pubblicità ci fanno sempre vedere ghepardo che rincorre l’antilope ma non dicono che nel 94% dei casi ghepardo non becca la presa. La perfezione non funziona, non esiste in natura e può essere pericolosa perché crea gerarchie sociali e appiattimento verso l’idea di ciò che è giusto o deviante.

Smettiamo di pretenderla anche da noi stessi, sarebbe come dirci che c’è una strada certa e sicura da seguire. Cosa che non è così: ogni storia è unica, ogni scelta è situata in un preciso istante. Siamo fatti di tentativi ed errori, e il nostro stesso corpo è pieno di imperfezioni.

Gli algoritmi hanno pregiudizi e discriminano?

Ne hanno parlato vari professionisti e la risposta è: sì. Gli algoritmi imparano in base a come siamo noi, quindi assorbono i nostri pregiudizi e idee.

Quindi ad esempio un algoritmo potrà penalizzare foto in giallo perché di solito sono meno apprezzate, oppure riconoscere un lupo da un cane solo in una immagine invernale, per il fatto che le foto da cui ha imparato hanno la neve sullo sfondo. O portare pregiudizi verso le persone di colore perché ha imparata da un set di dati che penalizzavano questa categoria.

Gli algoritmi ci aiutano a interpretare immensità di dati che il cervello umano non riesce a discriminare e comprendere. Ma oggi il problema principale è che non ci spiegano cosa poteva essere migliorato. Cosa avrei dovuto cambiare per essere più efficacie? Cosa posso fare la prossima volta per fare meglio? Questo manca essenzialmente perché non sono stati progettati per questo o perché in mano di aziende-superpotenze che non sono tenute a farci imparare ma preferiscono mantenere il controllo e il potere sui dati.

Immaginate l’algoritmo di Facebook o Instagram che ci spiega cosa potremmo migliorare per aumentare l’engagement ed essere visti e apprezzati maggiormente dai nostri follower. O quello di Google che ci insegna come migliorare il posizionamento dei nostri siti.

Aumenteremmo le nostre capacità, invece di essere discriminati e penalizzati senza spiegazioni.

Tra gli argomenti del Festivaletteratura 2019 si è parlato anche delle implicazioni etiche degli algoritmi: se sviluppati maggiormente in Europa potrebbero creare una via di mezzo tra l’individualismo esasperato americano, e la gerarchia cinese, in una ottica di supporto alla collettività migliorando l’ambiente in cui viviamo. E quindi influenzando il nostro stesso benessere.

A me sembra ci sia parecchio su cui riflettere e da cui imparare, che ne dite?