Festivaletteratura 2017: domande e riflessioni

Tempo di lettura: 5 minuti

Festivaletteratura Mantova 2017 in sei domande.

festivaletteratura mantova 2017Anche quest’anno il Festivaletteratura mi ha regalato tanti bei momenti ed alcune riflessioni, che voglio condividere per aprire un confronto su queste tematiche.  Come sempre, l’incontro con esperti e autori mi pone domande di vita.

Ecco quali sono:

  1. Quando capisci che stai facendo la cosa giusta? Partendo dall’intervento di F. Cavallo ed E. Favilli nell’evento “Stasera ti racconto le bambine ribelli”, mi sono chiesta se esiste un momento preciso e come si fa a trovarlo. Le autrici raccontavano che sì, quando la loro newsletter è passata da 22 lettori a 4000 in poco tempo, in quel momento si sono rese conto di essere sulla strada giusta. Ma come si fa a trovare? Dipende solo dal risconto degli altri? La mia risposta è no, dipende soprattutto da te. Perché nella tua vision (qui trovi l’articolo che approfondisce cosa è) avrai inserito dei dettagli che ti aiutano a riconoscere il tuo successo, almeno un milestone (un punto fondamentale) sul quale realizzarla. Un po’ come quando devi cercare qualcosa e arrivi ad un punto che riconosci e ti dici: “E’ qui, dai, prosegui…” Il tuo successo viene da te, prima che dagli altri. Sono sicura che prima del riscontro dai lettori o dagli interessati le due autrici si siano date loro dei riconoscimenti, si siano dette da sole che erano sulla strada giusta. Il tuo momento lo trovi nella tua vision, e come lo trovi? Se hai messo dettagli, quelli ti aiuteranno a riconoscerlo (es. quando indosserai quella giacca che tu sai, quando ti guarderai allo specchio con quel sorriso che tu sai, quando ti prenderai quella mezza giornata per te…)
  2. L’altruismo è matematico? Telmo Pievani ci ha spiegato che non è scontato/automatico (anzi, leggi anche il punto sotto, va anche un po’ contro la nostra natura), ma che sì esiste una equazione matematica per dimostralo: W1 = K – az1 + bz Non voglio stare qua a spiegare cosa significano le sigle, anche perché sicuramente nei miei appunti non avrò proprio capito tutto al 100%, ma mi ha colpito molto questa razionalizzazione di un concetto astratto, che spiega in sintesi come l’altruismo sia una caratteristica utile al gruppo. Il nostro cervello lavora per semplificazioni (categorizzazione) a volte eccessive (si vedano gli stereotipi e pregiudizi che nascono proprio da questo processo). Ma anche spesso ci ingarbugliamo tanto in pensieri astratti, demotivanti e autobloccanti. Riparti dal semplice, riparti da te, le formule matematiche vanno all’essenziale. Riparti dalla tua vision, dai tuoi obiettivi e dai tuoi valori. Facendo silenzio attorno. Matematico, no?!
  3. Come faccio a convincere gli altri e, magari, a farmi aiutare in ciò che chiedo? Ammetto che l’incontro di “lavagna” con Telmo Pievani “L’equazione dell’altruismo”, mi è piaciuta davvero moltissimo. L’ho già citata almeno tre volte nei corsi di formazione che ho fatto in questi giorni, parlando di responsabilità, assertività e comunicazione efficace. L’autore si chiede se siamo egoisti e, al termine di una bellissima dissertazione partita da Darwin e arrivata George Price e proseguo, la risposta è che sì, fondamentalmente lo siamo. Ma… l’altruismo è un comportamento e un gene che viene portato avanti nell’evoluzione perché è vantaggioso non per l’individuo ma per il gruppo di appartenenza. Non voglio dilungarmi qua su ingroup ed outgroup e conflitti (su questo vedi il post) . Ma questo è un tema che spesso utilizzo per parlare di come, per persuadere o convincere gli altri, o semplicemente per portarli dalla nostra parte, sia importante partire dalla domande: Cosa ci guadagna? Quale è il suo vantaggio? Se non lo trovi, sarà difficile che l’altro venga dalla tua parte. Potrebbe essere un consiglio della serie: “aiutalo che poi ti aiuta”.
  4. Perché le cose in Italia vanno come vanno? Questa riflessione nasce dall’incontro di Corrado Augias “L’Anima Italiana”. Di questo incontro mi ha colpito la tesi, che dalla mia percezione cerco di riassumere: “in Italia le cose vanno come vanno, perché molto parte dalla nostra conformazione geo-fisica”: Augias asseriva che la nostra concezione spesso individualistica nasce dalle nostre montagne (Alpi ed Appennini) che hanno sempre reso complessi comunicazione e trasporti, e di conseguenza hanno favorito individualismo e una visione campanilistica (dove ognuno pensa al suo orticello… ti suona famigliare?!). In realtà mi ha colpito perché non avevo mai pensato alle caratteristiche degli italiani in questi termini. E così mi sono ricordata che l’ambiente e il contesto influenzano effettivamente molto le situazioni e le nostre attività. Dove sei, l’ambiente in cui ti trovi, influenza come andranno le cose, non credi?! Prova a pensare ad un primo appuntamento… O a dove fai il colloquio di lavoro… L’ambiente influenza sia te, la tua comodità e la tua sicurezza, così come quella dell’altra persona. 
  5. L’abito dà potere? Anche quest’anno sono rimasta nell’ambito degli abiti (anche perché ho degli eventi in programma sul tema). In questa sede porto solo una riflessione tra le tante emerse nell’incontro con Benedetta Barzini e Gabriele Monti “Io (abito)” : gli abiti parlano di noi? In questi giorni nei corsi dove sto facendo docenza a donne disoccupate che vogliono ricollocarsi nella segreteria di una azienda, sto insistendo molto sul tema della credibilità e coerenza del messaggio che si manda. E sì, anche l’abito fa la differenza. L’obiettivo non è omologarsi, soprattutto omologarsi a stereotipi di genere. Sei tu a servizio dei brand e delle marche o solo loro al tuo servizio? Sicuramente io direi la seconda, l’abito si deve adattare a te, alla tua personalità e al tuo carattere. E ti può aiutare, appunto, a dare credibilità al tuo desiderio. Come ho detto anche l’anno scorso (nel post sul Festivaletteratura 2016) l’abito inevitabilmente anche influenza il nostro percepirci, la concezione che abbiamo di noi in quel momento, e come ci vestiamo suggestiona i pensieri degli altri su di noi. Può anche aiutarci a trovare la nostra individualità, il nostro essere e a darci forza ed energia quando necessitiamo. Essere “nei propri panni”, essere comodi, è un passo importante per ricercare l’autenticità.
  6. Il tuo lavoro cambierà? Ultimo punto di riflessione lo dedico all’incontro con il sociologo De Masi “Che ne sarà del lavoro”, per riportare alcuni dati che mi sono segnata sul mondo del lavoro. Lui riportava statistiche (di cui non sono riuscita a trovare la fonte online, per cui le attribuisco all’autore) secondo le quali il lavoro fisico (manuale), esecutivo (ad es. quello di bancari e cassieri che applicano ed eseguono) e creativo (in cui rientra anche quello libero professionale) hanno ad oggi una percentuale di circa 33% ciascuno nel panorama del mercato del lavoro attuale. Entro il 2030, sempre secondo la stessa fonte, è stimato che il lavoro creativo sia destinato a crescere molto, occupando ben più del 50%, mentre il lavoro manuale sia destinato a diminuire considerevolmente (anche merito della robotizzazione ed automazione). Questi dati, tra i tanti che l’intervento ha citato, mi hanno fatto riflettere sulla ricerca di lavoro e su quanto ancora molte delle persone che incontro cerchino un lavoro fisso e possibilmente stabile, o a volte dicano “mi va bene tutto”, “va bene anche la catena di montaggio” quando le loro competenze e capacità sono altre. Un ripiegare al lavoro manuale, quando non ce n’è, quando sarà destinato a calare, e quando, in ogni caso, cercare qualsiasi lavoro non funziona. Ecco, credo che partire dai dati, dalle previsioni, dalle statistiche sia importante. Se la tua azienda chiude, cosa vorresti fare domani? Quali altri piani B, C e D hai a disposizione? Hai sempre te stessa e le tue competenze, cosa vorresti fare di bello? Lavorare può essere anche piacevole, non può essere solo un dovere o una tragedia se lo si perde. Oggi trova lavoro chi si rimbocca le maniche, senza abbattersi troppo perché le cose sono cambiate.

 

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