Festivaletteratura 2016: cinque domande da portarsi via

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Festivaletteratura Mantova 2016 in cinque domande.

festivaletteratura-mantova-2016Questo Festivaletteratura mi ha portato alcune riflessioni, che qua voglio condividere. Ti va di darmi anche la tua opinione in merito? Credo possano essere domande davvero utili nella vita e nel business.

Ecco quali sono:

  1. Cosa significa confine e perchè costruiamo dei muri? Come ha ricordato la scrittrice Michela Murgia nel suo intervento “Quarantenni: ritorno al futuro”, il significato della parola “confine” è di luogo dove finiamo assieme, dove abbiamo una “fine” in comune, e quindi anche luogo di scambio e di incontro. E quindi mi chiedo: perché mettiamo dei muri lungo questi confini? Molto spesso siamo impauriti che l’altro ci possa “invadere”, abbiamo paura di essere invadenti o percepiamo gli altri come tali. Ma magari non è solo una paura dell’altro come minaccioso, forse a farci ergere queste difese è anche una paura di ciò che noi saremo dopo l’incontro con l’altro. Molto spesso il concetto di confine è strettamente legato a quelli di soglia e limite, che al giorno d’oggi risultano tematiche molto attuali, non solo in senso fisico (in Europa si stanno costruendo molti nuovi muri sui confini) ma sociale: prova a pensare a tutte quelle situazioni in cui vuoi dire di no e non riesci, e a fatti anche tragici di cronaca dove i confini psicologici vengono invasi da qualcuno e la persona “violata” non riesce più a difendersi. Credo che il tema del confine sia molto legato al tema del riconoscersi: in fondo se facciamo entrare qualcosa, questa potrebbe cambiarci, modificarci. Accettiamo questo cambiamento? Ogni persona che incontriamo ci modifica, non ergere muri significa anche accettare e magari desiderare questo mutamento.
  2. Come fare per costruire una vita felice? Come ha ricordato il filosofo Mauro Bonazzi nel suo intervento “Chiedetevi se siete felici”, la vera essenza della felicità non sta nell’effimero di un momento (come spesso le pubblicità di oggi cercano di condizionarci a credere). La felicità sta nel costruirci un percorso di vita costellato di felicità. Ma cosa ci rende felici? Il filosofo Epicuro citato da Bonazzi direbbe l’assenza di dolore e togliersi il problema del tempo che scorre. La teoria del Self Empowerment direbbe l’avere tanti desideri. Ma in fin dei conti, si può fare ogni giorno solo quello che si vuole? Estraniarsi dal resto attorno? Chiaramente no, direi che su questo siamo concordi. E quindi forse il trucco sta proprio nell’inserire nel mezzo della vita da gestire, anche pezzi di “vita inventata” (M. Bruscaglioni, 2012) che vitalizzano e ci danno energia positiva. Quindi prova a fare qualcosa magari di nuovo rispetto al solito, qualcosa di anche piccolo ma solo tuo ogni giorno.
  3. Possiamo vivere senza progetti? E a che punto sei con i tuoi? Sempre nell’incontro con Mauro Bonazzi, un grande tema che è emerso riguarda lo scorrere del tempo e l’inquietudine che l’uomo sente pensando al suo futuro. E quindi si può vivere bene senza pensare a quello che sarà? Senza pensare ai propri desideri da realizzare e concentrandosi solo sul “qui ed ora”? Forse spesso siamo troppo proiettati in avanti e quindi ci facciamo prendere dall’ansia del fare, del preparare, del pensare. Ed è quindi giustissimo concentrarsi sul presente, rifocalizzarsi su di sè e sul proprio corpo come molte tecniche di rilassamento aiutano a fare. Ma è anche vero che senza progetti, senza speranze, sogni e desideri, la nostra esistenza può diventare automatica, gestionale e grigia. Nella mia esperienza professionale molte problematiche di oggi derivano proprio dalla mancanza di progettazione e di fiducia nel proprio futuro (vedi anche il post sul Locus of Control). Secondo me è proprio importante, non dico tutti i giorni ma tutti i mesi sì: prenditi un momento per te e ricordati dove stai andando e chiediti a che punto sei…sicuramente dall’ultimo check hai imparato qualcosa di nuovo che ti serve nel cammino.
  4. Quanto ti influenzano le aspettative degli altri? Questa riflessione nasce dall’incontro che ho seguito con Conchita de Gregorio “Arrivederci, ragazze” e da un articolo di domenica scorsa apparso sul Corriere della Sera, dove si diceva che in Italia molti studenti universitari fingono gli studi e addirittura progettano di inscenare lauree finte per paura di deludere i genitori. La domanda sorge spontanea: quante aspettative gli altri riversano su di noi, o quante pensiamo essere tali? E quanto possiamo fregarcene e perseguire i nostri obiettivi? Credo che anche qua un punto importante sia ancora una volta la progettualità: hai uno o più progetti da raggiungere? Perchè penso che in questo caso possa essere più semplice trovare argomentazioni per poter in parte tralasciare le aspettative degli altri: se hai una o più strade davanti è più semplice poter spiegare dove stai andando e resistere a distrazioni che incontri sul percorso (mi vengono in mente anche le favole per bambini dove l’eroe ha una missione e non si fa fermare dalle avversità e dalle distrazioni – se non in parte). Ma poi avere progetti che magari non realizzi ti può abbattere o demoralizzare? Dipende tutto se questi progetti sono bisogni o desideri: nel primo caso il non raggiungimento porta ad una sicura frustrazione, nel secondo caso non è importante realizzarlo, ma sentirsi vivi e presenti con sè stessi nel percorso.
  5. L’abito fa’ il monaco? In questa sede porto solo una riflessione tra le tante emerse nell’incontro con Elvira Seminara e Michela Murgia “Madri e Figlie” di domenica scorsa: gli abiti esprimono il nostro potenziale? In particolare l’autrice di “Atlante degli abiti smessi” ritiene che nel nostro guardaroba ci sia anche il potenziale di ciò che potevamo essere e magari non saremo mai. I vestiti in effetti sono anch’essi espressione della nostra comunicazione non verbale: attraverso di essi diciamo chi siamo, come ci sentiamo, magari chi vorremmo essere. A volte in aula quando si parla di comunicazione, qualcuno dice che non bada al vestiario (il classico “mi sono messo la prima cosa che ho trovato nell’armadio stamattina”): ma anche semplicemente cosa decidi di tenere in esso non è forse l’espressione di chi sei? O, nuovamente, di chi vorresti essere o vorresti che gli altri credessero che tu sia? Ok sono domande un po’ contorte, ma sono riflessioni che è importante farsi. Sai che una regola di base per chi lavora da casa è quella di “vestirsi da lavoro” e non restare in tuta o pigiama? Perchè l’abito inevitabilmente influenza il nostro percepirci in primis, la concezione che abbiamo di noi in quel momento. Quindi se resti in pigiama inevitabilmente sarai più incline alla svogliatezza, e alle distrazioni. E infine come ci vestiamo suggestiona i pensieri degli altri su di noi, che siano conoscenti di lunga data o sconosciuti. E quindi può anche aiutarci nelle potenzialità che vogliamo esprimere, supportandoci nel sentirci ed essere quello che vogliamo realizzare.
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