Questa intervista di Storie di empowerment è dedicata a Elena Augelli, Assistente Virtuale, che ha scelto di farsi intervistare per condividere la sua esperienza come professionista in proprio, sperando di poter essere d’ispirazione e aiuto ad altri.

Quale è il tuo percorso?

Ho maturato molte esperienze professionali (tanto lavoro d’ufficio, organizzazione, comunicazione, formazione) e dopo contratti fantasiosi (co.co.pro ecc…) decido di mettermi in proprio. Sapendo di dover campare con gli alimenti dei miei figli e senza togliere nulla a loro, ho dovuto amministrare quello che avevo.
Ho cominciato facendo bijoux e ho fatturato anche 10.000€ in un anno. Alla fine di un triennio in questa attività, ho capito che dovevo organizzare le cose in modo diverso per fare il salto ed evitare di viaggiare sul pareggio.

Quindi ho scelto di chiudere questa attività, e sono rimasta nel limbo del “oddio cosa faccio”. E da lì mi sono tirata fuori: sono partita con una nuova P.Iva, e me la sono proprio sudata.

Come hai fatto a capire di metterti in proprio?

È stata la voglia di dire: “Se devo penare e sbagliare e stringere i denti per far quadrare i conti, preferisco mettermi in gioco”. Puoi imparare a far le cose con quello che hai, ma non rinunciare a quello che vuoi fare.

Gli anni dei bijoux sono stati molto duri, avevo figli piccoli e non potevo fare i mercatini tutti i weekend. Ma da questi anni di difficoltà ho imparato a dare il peso giusto alle cose, non ho smesso di crederci.
Ho chiuso l’attività perché ho capito che c’era da fare revisione e investire: avevo una grande incidenza di materia prima che non producevo e dovevo acquistare, quindi il margine era ridotto.
Ho chiuso perché avrei dovuto investire in materiale, comunicazione, fare una specializzazione… dovevo alzare il tiro.

Ho preso le cose buone (come il “sì, voglio lavorare in proprio”) ma ho lasciato andare il resto (“non posso fare l’artigiana”) per costi alti e incidenza delle tasse.
Il mettermi in proprio è stata la milestone positiva che mi ha proprio ribaltato l’orizzonte. Mi ha aiutato a capire che “sbilanciarsi serve”.

Come hai fatto a capire di aprire la tua attività attuale?

Vedendo tutta una serie di professioni nuove e passando due anni incollata al computer, ho capito che questa “etichetta” dell’assistente virtuale poteva raccogliere delle mie competenze e farmi uscire per quella che sono.

È un lavoro che parte dall’ascolto e richiede tanta creatività. Sei tu che devi dare la direzione alle persone. E’ come se uno ti dicesse che non sa cucinare la pasta: sei tu che dai i passaggi e tieni il tempo. E questa capacità e creatività deriva dalla mia esperienza coi bijoux.
Prima lavoravo in ufficio e dovevo stare a ritmi e compiti e dati da altri. Quando passi dalle dipendenze al lavorare in proprio ti aiuti da solo, c’è poco da fare, ma hai anche bisogno di relazionarti con gli altri perché da solo non ce la faresti.
La me di adesso è una me che mi piace e che ha meno paure di una volta, che avevo un po’ di mio e che mi hanno appiccicato strada facendo.

Cosa ti bloccava?

In realtà non ho avuto mica tanta paura di riaprire P.IVA, ho sentito che lo volevo fare.

È stata una decisione più meditata quella dei bijoux. E’ come se questa cosa dell’assistente virtuale mi sia scappata dalle mani: a Gennaio 2016 ho compiuto cinquant’anni e ho deciso di regalarmi delle foto. E poi in primavera ho pensato: “quasi quasi faccio l’assistente virtuale… e allora faccio il sito… allora uso le foto…”.
Il primo sito dimostrava che avevo peccato di insicurezza: c’erano dentro tante cose, così l’ho rifatto e dopo questo processo mi ero ulteriormente focalizzata.

Sono partita dall’imbocco dell’imbuto e piano piano ho ristretto.

Cosa ti ha aiutato?

Ho fatto tanti cambiamenti nella mia vita: da svantaggio è diventato un punto di forza. Mi ha aiutato il web perché mi ha dato informazioni gratuite e consapevolezza di chi sono e cosa voglio fare. E mi ha aiutato anche Rete al Femminile Torino perché ad un certo punto della mia vita mi trovavo in una città che non era la mia, dove sono nati i miei figli, ma nella quale non sapevo cosa fare.

Ora mi dicono che sono percepita come persona sicura di sé, ma ho fatto estremamente fatica a mettere giù questi binari. Era l’ultimo dei miei pensieri trovare le risposte sul web, poi ne ho fatto il mio lavoro.

Oggi mi sento completa di pezzi che prima percepivo come mancanti: una maggiore fiducia, una maggiore tenacia nel mantenere questa rotta che ho scelto.

Ho lottato per la mia autostima e ora contribuisco al benessere dei miei figli con una attività in proprio.

Una risorsa che fa parte di te, e che hai usato in quei momenti di transizione?

Di fatto sono una coraggiosa.

Ci ho messo un sacco a riconoscerlo, ma siccome me lo continuano a dire ho dovuto accettare che è di fatto davvero così.

Cosa è per te l’empowerment?

È un lavoro su se stessi, che bisognerebbe regalarsi. E’ quella cosa che con strumenti diversi ti porta a capire i punti di forza e debolezza, ma è una strada che non puoi fare da solo.

È un valorizzare le proprie risorse e riconoscersi dei meriti, visto che siamo tutti pronti a tremare come foglie perché non si è pronti abbastanza, non comunica abbastanza, non non non… È un sì, anziché un non.

È un “sì sono coraggiosa”, “sì chiedo aiuto e non me ne vergogno”, “sì sono aiutata e lo ammetto”.

Cosa aiuterebbe ancora di più i professionisti ad empowerizzarsi?

C’è bisogno di informazione, che soprattutto alle donne manca. Sono le donne che se la devono andare a cercare.

Il lavoro che fanno i professionisti come avvocati e chi si occupa della gestione finanze è fondamentale per sapere che diritti si hanno. Se non sei informato una valanga di energie ti vanno per capire se sei nel torto o ragione, per uscire dallo stato di scacco psicologico.

Se sapessi i tuoi diritti, altroché attorcigliarti le energie le usi per qualcosa di tuo senza paure (sulla pensione, previdenza…) altrimenti si crea stallo e blocco pazzesco.

Cosa ti faceva brillare gli occhi, all’idea di cambiare?

Il farcela.
Ho chiuso i bijoux in pari, ma ho chiuso una attività nella quale speravo. E quando ho riaperto sentivo il friccicore di un’altra sfida e il “dai dai che ce la facciamo”. E’ un friccicore che ti toglie anche il sonno la notte tra “ce la farò” e il “e se e poi non ce la fai…”

Ho puntato più sul farcela che sulla paura di non farcela. La mia è una progressione lenta, lentissima. Il primo anno ho fatturato 10.000€, non mi vergogno a dirlo.

Cosa c’è di speciale nell’Assistenza Virtuale?

È un mestiere che ha dato l’opportunità a molte persone di cucire insieme esperienze pregresse attualizzandole con strumenti digitali e conquistarsi fette di mercato.

L’AV non è solo una “smanettona”, non è solo una persona brava a gestire la posta o Google Analytcs, ma è una figura che mette in quadro la situazione.

Prima di darmi gli accessi, prima di dire il come, devo capire perché il cliente si incastra su quello che mi chiede e che non riesce a fare.

Questa è una professione dove devi cercare di entrare bene nei panni della persona che ti contatta e costruire la consulenza. Poi conosci gli strumenti e lo trasformi in qualcosa di pratico.

Cosa c’è di speciale in te come AV?

So che non reggo il paragone con competitor sulla velocità tecnologica, ma ho tante clienti che tornano.
Io credo di offrire una visione d’insieme che accoglie e rincuora le persone che arrivano a me. Risolvo i problemi non dal punto di vista tecnico, ma dal punto di vista d’orientamento sul cosa fare.

Si instaurano un sacco di rapporti di amicizia, e clienti che mi invitano anche alle feste di compleanno.
Ho clienti molto più tecnologiche di me, ma io so essere il co-pilota strategico sui testi, cosa fare prima e dopo, il sito.

Mi rendo conto che pagare un assistente virtuale è un costo che i liberi professionisti si mettono sulle spalle, ma avere un co-pilota è una bella sicurezza.

Prossimo traguardo? Un prossimo salto di qualità nel tuo business?

Specializzarmi e formarmi ancora di più sulla scrittura.

Rifare il sito e ovviamente fare uno spettacolare mucchio di soldi.

Qui trovi la sito web di Elena Augelli e i suoi contatti.


Che cosa è Storie di empowerment?

È un contenitore di esperienze, storie di vita, storie di successo.

L’idea mi è venuta perché spesso online si parla solo dei grandi “big” che ce l’hanno fatta, e spesso il successo si misura in fatturato, follower, contatti.

Ma ognuno di noi è un piccolo grande eroe nel quotidiano. Sì, perché sicuramente anche tu hai fatto qualcosa nella tua vita, recentemente o no, nel tuo business o in altri ambiti, che merita di essere raccontato perché è stata una piccola-grande storia di coraggio.

Il successo è già nelle nostre vite, così come l’empowerment che ha aiutato a realizzare l’impresa.

Se vuoi candidarti, qui trovi il link per segnalare la tua storia.