Questa intervista di Storie di empowerment è dedicata a Silvia Santilli, Avvocato per le persone, che ha creduto in questo progetto e nell’idea di diffondere la sua storia per poter essere d’aiuto ad altri.

Come hai riconosciuto la voglia di cambiare?

Sono avvocato da oltre vent’anni ed ho sempre lavorato collaborando con il mio mentore di fatto come una “freelance dipendente” cumulando gli oneri di chi lavora in proprio (l’insicurezza, la precarietà) e i doveri di chi lavora come dipendente.
Per molto tempo ho pensato di non avere alternative, che non vi fossero strade per crearsi una propria rete di contatti e clientela, e di essere destinata a rimanere vincolata a quello che di fatto era un “monocliente”.
Il mio pensiero ricorrente era: “Non hai le conoscenze, non conosci nessuno, nessuno ti conosce… dove vuoi andare?”.

Cosa ti aiutato a concretizzare la tua nuova vision?

Due cose mi hanno aperto gli occhi.
Con la crescita di mio figlio sono tornata a fare vita di relazione, a stare in mezzo agli altri anche al di fuori del mio studio e del Tribunale, cose piccole: la mamma fuori da scuola che chiede un consiglio, fare la rappresentante di classe e poi candidarsi e venire eletta in consiglio di circolo.
Un pezzo dopo l’altro ho preso sicurezza e iniziato a provare piacere nel mettermi alla prova.


E poi i social network, tanto vituperati ma che mi hanno davvero fatto dire “ehi, c’è vita là fuori”. Ci sono persone che si mettono in gioco (e che mi sono state d’esempio) e c’è un modo per crearsi una propria rete e proprio modo di lavorare, diverso.
Esempi anche piccoli che mi hanno spinta a riprendere la mia formazione con piacere, e non solo per assolvere al dovere che mi impone l’Ordine. A smettere di dirmi “non prendere clienti tuoi, non sei capace” (o comunque a condividerli sempre col mio mentore).
Ho scoperto l’esistenza di realtà che mi erano sconosciute come la Rete al Femminile, ho imparato cos’è il networking.

Nel mio settore specifico ho iniziato a vedere sotto una luce diversa tecniche diverse di gestione del conflitto, ho iniziato a pensare che il cambiamento non è sempre una minaccia ma anche un’opportunità, cui andare incontro con un po’ di coraggio.

Quale è stata la tua prima mossa?

Mi sono impegnata, fatto qualcosa per me, ho iniziato a mettere a frutto le risorse.
Sono riuscita a dire a me stessa, e poi al mio mentore, che avrei voluto destinare una parte del mio tempo alla formazione in settori diversi da quelli dei quali ci occupiamo insieme.
Fare questo discorso, cioè comunicare che un giorno alla settimana non ci sarei stata perché lo destinavo a studiare e seguire un corso in un’altra città, è stato un passo importantissimo.

In concreto nella tua professione cosa hai voluto cambiare?

Per anni mi sono occupata in modo quasi esclusivo di diritto del lavoro e previdenza: è un settore che mi appassionava per i suoi risvolti sociali, ma che un po’ alla volta mi ha affaticata fino a portarmi ad un senso di inadeguatezza e un vero peso nell’affrontare questi argomenti.

Poi ho iniziato ad accettare incarichi in materia di diritto di famiglia da conoscenti, o affiancandomi a colleghi amici.
E’ stata un po’ una palestra, mi sono resa conto di essere capace di seguirli da sola senza l’appoggio del mio mentore (che di questa materia non si occupa).

Da cosa hai capito che la nuova strada stava funzionando?

Riuscivo ad instaurare buoni rapporti, e a guadagnarmi fiducia anche su argomenti emotivamente importanti.
E così un po’ per volta ho iniziato a studiare e approfondire, ho acquistato fiducia in me stessa ho capito che disponevo di strumenti tecnici e caratteriali adeguati a quella materia.

Ad un certo punto piano piano ho cominciato a visualizzare il cambiamento, a immaginarmi in un futuro nemmeno tanto lontano.

E ha iniziato a prendere forma e concretezza un progetto nel quale riuscivo a vedermi e che sentivo adatto alle mie corde.
Ricordo che ho pensato che avrei voluto uno studio con una sala riunioni “femminile” con cioccolatini e fazzoletti di carta, dove le donne potessero sentirsi a loro agio, un posto che non le spaventasse, che non fosse il classico studio professionale un po’ paludato con le Montblanc e i tappeti persiani.

Cosa ti bloccava?

Mi bloccava il senso di inadeguatezza, non sentirmi abbastanza pronta, preparata… adulta in definitiva.

E cosa invece ti faceva brillare gli occhi?

La fiducia, i messaggi di ringraziamento delle clienti.

E l’idea di poter avere uno spazio decisionale ed operativo tutto mio.

Per questo è stato importante dedicarmi a una materia che in studio seguissi solo io.

Quali risorse hai usato in quei momenti?

Sono una persona curiosa (leggo anche i libri di mio figlio perché “devo sapere cosa c’è scritto dentro” come gli spiego quando mi chiede un po’ perplesso perché leggo anche i libri per bambini).

E poi mi piace scavare nei problemi, andare a risolverli.

Cosa è per te l’empowerment?

Per tanto tempo ho pensato fosse un po’ fuffa, quelle cose molto americane a base di eventi luccicanti e chiassosi in cui da un palco ti invitano a credere in te stessa.
In realtà ho scoperto che il vero empowerment è quello degli esempi concreti, meglio se di persone che si sentono un po’ simili a noi stesse.
Ad esempio, su Instagram seguo una insegnante di pilates, una donna dai modi molto pacati e tranquilli con due bambini: quando ho letto che avrebbe seguito un corso di formazione a centinaia di chilometri da casa mi sono detta letteralmente “caspita, lo fa lei puoi farlo anche tu” ed è stato davvero un momento importante.

Cosa c’è di speciale nel diritto di famiglia?

Tocca davvero le persone nella loro vita, e hai il termometro di come una norma formale possa cambiare le cose nella vita personale e negli affetti.

E in cosa sei speciale, tu, Silvia?

La curiosità in definitiva è il motore che riesco ad accendere di più, quella che mi porta a trovare esempi un po’ ovunque soprattutto nei luoghi meno urlati.

Sono speciale nella curiosità che metto al servizio dei miei clienti per cercare con loro soluzioni efficaci.

Perchè hai deciso di di testimoniare questa storia?

Mi è piaciuto il progetto di Silvia Gazzotti, il suo modo di porsi e lavorare, e ho pensato di poter dare il mio contributo, augurandomi sia un esempio utile a chi sta affrontando un cambiamento professionale.

Un prossimo salto di qualità che ti piacerebbe per il tuo business?

Creare un servizio friendly nei diritti base, perché andare dall’avvocato sembra per molti un passo troppo grande e oneroso.

Poi vorrei molto lavorare in chiave preventiva dei conflitti, fornendo consulenza e magari incontri di educazione al diritto per donne e famiglie. E se proprio si arriva al conflitto offrire ai clienti tecniche nuove (quali la pratica collaborativa o la mediazione familiare) per gestirlo senza lasciare feriti sul campo.

Qui trovi la pagina Facebook di Silvia Santilli e i suoi contatti.


Che cosa è Storie di empowerment?

E’ un contenitore di esperienze, storie di vita, storie di successo.

L’idea mi è venuta perché spesso online si parla solo dei grandi “big” che ce l’hanno fatta, e spesso il successo si misura in fatturato, follower, contatti.


Ma ognuno di noi è un piccolo grande eroe nel quotidiano. Sì, perché sicuramente anche tu hai fatto qualcosa nella tua vita, recentemente o no, nel tuo business o in altri ambiti, che merita di essere raccontato perché è stata una piccola-grande storia di coraggio.


Il successo è già nelle nostre vite, così come l’empowerment che ha aiutato a realizzare l’impresa.

Se vuoi candidarti, qui trovi il link per segnalare la tua storia.